Mauro Montacchiesi

Diego De Nadai

Diego De Nadai

 

https://www.youtube.com/watch?v=3GWvrNlwBFg

 

 

NUVOLE

 

Fernando Pessoa spontaneamente alia attraverso “le nuvole” di spazi siderali, di dimensioni metafisiche, tra i liquidi ologrammi, tra le increspate onde di un insondabile suo, personalissimo tempo. Nuvole effimere, fatte di essenza, fatte di non essenza, tanto per ricorrere ad uno dei suoi straordinari, imperscrutabili ossimori. Ed infatti viene da chiedersi: “Come può esistere un quid fugace, ma nel contempo eterno, labile eppure stabile, immateriale eppur materiale?”. Le nuvole, nella dialettica pessoana, possono essere interpretate come una sfera psichica, come un’allegoria della vita umana. Le nuvole sono formate da goccioline d'acqua, da aghetti di ghiaccio e da vapor d'acqua. L’acqua è per antonomasia un emblema archetipico dell’inconscio, di tutto ciò che crea o distrugge. Le nuvole sono inoltre il luogo ove si realizzano i processi naturali e dinamici di metamorfosi della psiche. Fernando Pessoa è peculiarmente affascinato dalle nuvole. Si evince patentemente che Pessoa non ama il cielo privo di nuvole, il cielo infecondo, eccessivamente terso. Per Pessoa il cielo sembra essere una tela sulla quale madre natura dipinge nuvole, stelle, l’infinito stesso. Le nuvole si muovono, si spostano ed in questa loro dinamica Pessoa realizza i transfert della propria interiorità, dei propri archetipi. Pessoa è come una nuvola che cambia continuamente forma. Pessoa è lui stesso una pareidolìa.

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Pareidolìa s. f. [comp. Di para-2 e gr. Εἴδωλον «immagine»]. – Processo psichico consistente nella elaborazione fantastica di percezioni reali incomplete, non spiegabile con sentimenti o processi associativi, che porta a immagini illusorie dotate di una nitidezza materiale (per es., l’illusione che si ha, guardando le nuvole, di vedervi montagne coperte di neve, battaglie, ecc.). (Tratto da: Treccani.it)

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Una nuvola, una persona (Pessoa significa “persona”). Una nuvola è visibilmente compatta e concreta allorché la si osserva da lontano, ma diventa vieppiù intangibile man mano che ci si avvicina, man mano che in essa ci si addentra. Molti esseri umani sono così. Compatti e concreti da lontano. Intangibili, evanescenti, inintelligibili da vicino. Questa “diade” nuvola-uomo induce a riflettere su un fenomeno psichico denominato “persona/pessoa”.

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Persóna s. f. [voce di origine etrusca, che significava «maschera teatrale»] (Tratto da: Treccani.it)

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Una persona è dunque una maschera, la manifestazione esteriore dell’essere umano, funzionale ed inderogabile per il compromesso sociale. A tal proposito Karl Gustav Jung afferma:

 

“La persona è un complesso sistema di comportamenti dettati dalle pretese della società e in parte da quello che ci raccontiamo su noi stessi. Ebbene questa non è la nostra vera personalità. La rappresentazione offerta dalla persona va benissimo, purché sappiamo di non essere identici a come ci presentiamo.”

 

  1. similmente ad una nuvola, accostandoci psichicamente ad una “persona”, sovente essa si sfalda, dando l’impressione di non essere più la stessa. La “persona” sembra “evaporare” allorché condizioni emozionali e contingenti sopraggiungono. Archetipicamente la nuvola è veicolo di messaggio e soltanto penetrando nella nuvola (persona/pessoa) si può comprendere il messaggio ad essa immanente. La nuvola è “di passaggio” e ci rammenta che la “nuvola/persona/pessoa” è di passaggio in questo mondo. Jorge Luis Borges recita:

 

“Siamo chi se ne va.

Sei nuvola, sei mare, sei l’oblio.

Sei anche tutto quello che hai smarrito.”

Ed aggiunge:

“Noi siamo chi se ne va.

Chi non se n’è mai andato,

chi non è mai passato,

non è mai stato.

Vivere è passare.”

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Le nuvole, allegoricamente, sono un’esortazione al moto dell’anima, alla dinamica, all’evoluzione alla non stagnazione.

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DIEGO DE NADAI

 

Diego, ipersensibile ed intuitivo, per i più può risultare enigmatico, criptico, di non facile lettura. Il motivo di ciò potrebbe identificarsi nella sua tendenza a rinchiudersi nella sua “nuvola”, pur di stare tranquillo, ma lui ben sa che è, comunque, pura utopia. Chi riesce ad addentrarsi in quella “nuvola”, vi scoprirà sensibilità, tolleranza, affabilità e delicatezza d’animo. La sua predisposizione congenita per tutto ciò che è arcano, lo centripeta verso qualsiasi disciplina esoterica. Le sue passioni per Pessoa e per Borges non sono casuali. Diego ha una mente eccezionalmente potente. In questa fase della sua vita si trova a doversi confrontare con una dimensione più mistica e più totalizzante. Fino ad ora aveva appreso a ghermire la coerenza delle cose e l’aspetto più meramente discriminante, ma oggi ha istanza di dilatare i suoi orizzonti onde poter percepire anche ciò che emerge dall’inconscio e per questo motivo è necessario che impari ad ascoltare le proprie intuizioni e a convincersi che non tutto sia ristretto dentro i limiti della mente e della realtà. La sua mente è agitata da un immenso fuoco. C’è una parte di lui mai soddisfatta, che desidera comprendere, imparare a decriptare i grandi arcani del creato. Diego ha una cospicua prerogativa, quella di “vedere nella sua mente”, al punto di “creare” il proprio futuro. E’molto inquieto, ha bisogno di muoversi, di viaggiare, di conoscere. Diego avverte, vibrante e prorompente, l’istanza di alienarsi, di astrarsi spesso dalla sua realtà circostante, perché la sua mente deve cingere la totalità del mondo e dell’universo, altrimenti si sente recluso in tutto ciò che è routine. Sta viaggiando alla ricerca del “suo” senso di infinito. Nella lettura di “Nuvole” di Fernando Pessoa, la voce suadente e pacata di Diego De Nadai è come un orfico, evocativo zèfiro che ossigena l’espressione lirica, il valore magico delle parole, che dolcemente sospinge le “nuvole”. Magistralmente la sua prosodia trasmette “Tutta la calma e la serenità della notte (Fryderyk Chopin, Notturno Op. 27 No. 2)”

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BYRON

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=HUyUudR9KoE

Originale, indipendente, fantasioso, contraddistinto da un fortissimo altruismo. Questo, molto sinteticamente, era Lord Byron. Lord Byron, ovvero un Uomo, un Artista dall’anima senza catene, senza confini, mentali o geografici, che egli manifesta, segnatamente nel Grand Tour e nell’opera Childe Harold's Pilgrimage (Il pellegrinaggio di Childe Harold), una specie di vademecum poetico dei tanti paesi da lui visitati. Uno spirito riformatore rivolto alla fratellanza e all’amicizia universali. Anticonformista, Byron proietta questa sua caratteristica nell’Arte e nelle idee che lo contraddistinguono. Mai banale, ma sagace ed edificante, è sempre stato uno spirito libero, strenuo difensore della propria indipendenza e di quella del suo prossimo, permeato di uno spirito prometeico nei confronti delle ingiustizie. Già nel Manfred (1817) si avverte, prorompente, il suo spirito prometeico (Prometeo, titano mitologico, simbolo della lotta del progresso e della libertà contro il potere) che lo portò, più tardi, a vivere in prima persona gli aspri contrasti fra i greci che lottavano contro la dominazione turca, morendo per la causa greca a Missolungi, il19 aprile 1824. La sua curiosità intellettiva ed intellettuale è stata sempre sollecitata dalle cose nuove, sia nell’Arte sia nei sentimenti. La sua mentalità, iconoclasta ed eterodossa, lo ha veicolato verso interessi e/o persone estremamente eterogenei tra loro. Mente inafferrabile, la sua. Difficile comprendere il suo pensiero reale, sempre stimolato dallo scambio intellettuale, per lui motivo di entusiasmo. Aborrisce gli stereotipi ed i vincoli etici, ipocriti e falsi, che incatenano due esseri umani con il motivo di una reciproca vita affettiva. Per contro avverte, vibrante, l'impulso del momento, lo slancio sincero, la "corrente" che passa tra due persone che si attraggono, senza inibizioni o tabù. “Corrente” che, verosimilmente è passata tra lui e “Astarte”.

(Dea della prostituzione sacra presso i Fenici. Byron, come sopra citato “Aborrisce gli stereotipi ed i vincoli etici, ipocriti e falsi …”. La sacralità della prostituzione presso i Fenici, che addirittura la divinizzano, può essere considerata come icastico paradigma della contingenza, della relatività di quegli stereotipi e di quei vincoli etici, ipocriti e falsi … in questa categoria possono rientrare i byroniani rapporti di promiscuità sessuale)

Astarte, nel Manfred, viene uccisa. Nella realtà è ipoteticamente identificabile con un senhal che Byron sembra mutuare dalla letteratura provenzale, per celebrare Augusta, la propria sorellastra, compagna delle sue fantasie soprattutto erotiche, alla quale, infatti, fu legato da una passione che aveva tutta l’inquietante forbitezza di una colpa irrimediabile. La morte di Astarte/Augusta sarà motivo di grande solitudine interiore, di un grande dolore che lo perseguiterà per tutta la vita ed il dolore è pathos, che è sofferenza, che è drammaticità. Da questo pathos nascerà il Manfred, dramma di catarsi. (Sarebbe mai nato questo capolavoro se Byron non avesse provato tanto dolore?). Dolore che, particolarmente, si evince dall’estratto “Parlami”.

https://www.youtube.com/watch?v=HUyUudR9KoE

I dipinti romantici pregnanti di primordiale spiritualità che fanno da sfondo a questo video, sembrano ulteriormente elicitare la drammaticità vocale di Diego De Nadai, in tutta la sua intensità, in tutto il suo pathos, in tutta la sua tensione. Forse il più grande magistero di questa voce è quello di creare sinestesia con le parole, con l’ambientazione, con il dolore. Diego è magistrale nelle oscillazioni ritmiche e toniche. Ben sa quale sia lo straordinario effetto suasivo che ha la voce, identificabile proprio nelle sinestesie emotive e visive con le parole, con le ambientazioni, con il dolore (come in questo caso). La sua emozionalità interpretativa veicola l’impressione, in chi ascolta, di star vivendo il testo in prima persona. Un vero peccato non si possa fruire della mimica facciale del lettore.

Parlami!

 

Ti ho invocato nelle notti serene,

ho spaventato gli uccelli addormentati tra i silenziosi rami,

per chiamare te...

Ho risvegliato i lupi montani,

ho appreso alle caverne a riecheggiare invano il nome tuo adorato;

tutto rispose, tranne la tua voce.

Parlami!

Ho errato sulla terra e non ho mai trovato a te l'eguale.

Parlami!

T'ho cercato tra le stelle a vanire,

ho contemplato il cielo inutilmente, senza trovarti mai.

Parlami!

Guarda, i demoni a me attorno hanno pietà di me che non li temo

ed ho pietà per te soltanto.

Parlami!

Sdegnata, se vuoi, ma parlami!...

Dimmi...

non so che cosa,

ma che io ti senta una volta ancora...

*

Dalla relazione incestuosa tra Byron e la sorellastra Augusta, viene attribuita alla moglie la decisione di separarsi dal poeta dopo l’effimero rapporto coniugale. Ma Byron-Uomo è fatto così, nella sua singolarità, nella sua individualità, nel bene e nel male, come qualsiasi altro essere umano, seppur nelle specifiche diversità. All'inizio di ogni rapporto manifesta un grande entusiasmo ed apre al partner/alla partner (si rammenta la promiscuità sessuale del Poeta) le porte di un mondo “metafisico” (così Byron definì questa sua opera), ma finita l'esaltazione della novità, la sua istanza di libertà riprende a galoppare. Non sarebbe Byron! Nella figura del Manfred (come in quella di Astarte la sorella Augusta), Byron sembra veicolare un transfert della propria psicologia, della propria solennità espressiva, della propria tendenza all’estetizzazione, della propria decadenza, della propria magnificazione, in un ordito riverberante di inconseguenze, di estremizzazioni. Manfred/Byron, icona di aulicità, di ineluttabilità, di dannazione, è uno dei massimi esponenti del Secondo Romanticismo, che sembra, ante-litteram, contenere in sé i proto-embrioni del Decadentismo.

(Il commento breve è portato di una ricerca documentale “fonte wikipedia” con innesto di punti di vista personali dell’autore)

 

 

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LA PIOGGIA

DI

JORGE LUIS BORGES

VOCE DI

DIEGO DE NADAI

https://www.youtube.com/watch?v=9C_7zjagjCM

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La voce di Diego De Nadai è in sé una Nobile Arte. Arte che egli aulicamente propone per veicolare messaggi, unitamente al valore semantico delle parole, al suono, al ritmo che queste imprimono ai versi. La fonogènica voce di Diego De Nadai, pregnante di pathos, racchiude in sé alcune qualità della musica e riesce a convogliare emozioni e stati d’animo in maniera più orfica e potente di quanto talora faccia la musica stessa. La poesia è comunicazione, comunicazione che si realizza quando si legge o si ascolta la poesia stessa, arricchita dall’apporto emotivo del lettore. In questa lirica di Borges, la voce di De Nadai sinesteticamente convoglia (sensibilità soggettiva dell’ascoltatore) sia lo struggimento sia la fragranza della pioggia. La voce, con il suo apporto emotivo, può incidere sia sul significato delle parole sia sul suono. Interessante sarebbe il linguaggio del corpo, per aggiungere un’auspicabile coreografia scenica.

 

Jorge Luis Borges

 

Jorge Luis Borges, ovvero il mastermind che ha lasciato all’umanità un vastissimo retaggio letterario e filosofico, il demiurgo dalla prospettiva nitidamente attonita della realtà. Tra i principali geni letterari del XX secolo, oltre che in un vastissimo repertorio lirico, si è esaltato in racconti permeati e riverberanti di immaginario, di irreale. Racconti in cui Borges, magistralmente, intrigantemente riesce a fondere asssunti filosofico-metafisici, in un conflato unico con in canonici tòpoi del fantastico, vale a dire: slittamenti temporali, magia, mistero, doppio, il mondo onirico percepito ed interpretato come realtà parallela. Quando si parla di Borges si deve, obbligatoriamente, fare riferimento alla sua concezione della vita e della storia come “finzioni”, come menzogne propinate per verità, come reinvenzione della realtà. Concezione sempre più attuale, se si pensa alla/alle fake news ed alle strat-com (strategy communications) di oggi. Dalla sua immensa cultura nacque un patrimonio letterario intellettualmente intenso e variegato, segnatamente una prosa distinta e sobria, in virtù della quale palesò una nonchalance, a tratti sarcastica, nei confronti della vita reale, tuttavia mai abiurando il suo elegante e sensibile lirismo. Il suo sistema descrittivo modifica i postulati stereotipati del tempo e dello spazio, al fine di plasmare altre dimensioni pregnanti di tematiche allegoriche, parallelismi, inversioni, riflessi. La Letteratura di Borges sovente tracima in escamotage o in dirompenti traslati dal background metafisico. Spiritualmente parlando, Borges è considerato agnostico, vale a dire indifferente nei confronti della politica, delle problematiche della vita sociale reale. Borges (1899) può essere considerato parzialmente contemporaneo di Albert Einstein. Nel 1905 (Borges aveva 6 anni) Einstein enunciò la teoria della relatività ristretta, in cui descrisse gli eventi che si realizzano ad alte energie e a velocità prossime a quella della luce. Stando alla teoria di Einstein, nel cosmo le dimensioni di gap cronologici e di estensioni spaziali realizzate da punti di osservazione inerziali non coincidono, obbligatoriamente, tra loro, producendo eventi come la dilatazione del tempo e la contrazione delle lunghezze, che sono il risultato della fusione spazio tridimensionale-tempo in una tetradimensione (cronotopo o spazio-tempo) nella quale si sviluppano i fenomeni. La stessa nozione di sincronia si spoglia della sua assolutezza. Invero, se la velocità della luce è il massimo conosciuto e considerabile ed è la stessa per ciascun punto di osservazione, due fenomeni sincroni in un sistema inerziale, sincroni più non sono se considerati da un altro sistema inerziale, in moto rispetto al primo. Se ne desume che, molto semplicisticamente, viaggiando alla velocità della luce ed osservando da punti diversi, lo stesso evento viene recepito non più simultaneamente, ma in momenti cronologicamente diversi, ipotizzando così la possibilità di slittamenti temporali, ovvero di entrare e di uscire dal passato e dal futuro, di fonderli e confonderli. Ciò che Einstein postula nella teoria della relatività ristretta, Borges, forse ispirandosi proprio a questa (ipotesi molto soggettiva), lo traslata nella sua letteratura, in virtù del suo pathos, del suo estro e, soprattutto, della sua fantasia. La teoria della relatività postulò pure talune sperimentazioni mentali, denominate paradossi relativistici, nei quali l’attuazione della relatività ristretta veicola verso risultati ben remoti dal senso comune, se non persino “paradossali” ed è utopia tentare di spiegarli ab extra di un contesto scientifico intransigente. E Borges si nutre di paradossi. Il Paradosso di Borges (in senso lato) postula la natura illusoria ed ingannevole del mondo. I paradossi di Borges sembrano essere paradossi di sé stessi. Un’esperienza onirica talmente perfetta da sembrare realtà è comunque finzione. “Noi abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto” (Borges)

Oltre che dalla teoria della relatività (ipotesi), Borges trae ispirazione anche dal Buddismo Zen: “La via per l’eliminazione dell’io e della realtà passa attraverso i paradossi”. Ed ancora dalla Scuola Rinzai (Zen giapponese), che utilizza il koan (paradosso) per approdare al “risveglio” o “satori”. Ed in Borges, furono proprio i paradossi ad alimentare il dubbio della realtà, ad ammirarne e a specularne il carattere di infinità. E fu proprio dal “tempo” che Borges trasse i suoi più aulici afflati letterari. Borges asserisce che il tempo sia “un tremulo ed esigente problema, forse il più importante della metafisica” (Borges). Borges è particolarmente sedotto dagli aspetti arcani del tempo, come, ad esempio, l’impossibilità di stabilirne il senso, il verso (utopia poterne verificare la direzione, almeno per le attuali conoscenze scientifiche) come pure l’impossibilità di sincronizzarlo e lui stesso si chiede: “Se il tempo è un processo mentale, come possono condividerlo con migliaia di uomini, o anche con due soli uomini diversi?” (Borges).

 

 

SIGNIFICATO DELLA PIOGGIA

 

La pioggia è un archetipo polisemantico e polisimbolico e Borges, in quanto essere umano, è egli stesso soggetto ad archetipi, come tutti gli umani.

 

Archetipo: Nel pensiero dello psichiatra e psicologo svizz. C. G. Jung (1875-1961), immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni. (http://www.treccani.it/vocabolario/archetipo/)

 

La pioggia, talora, è il background di contesti onirici, talora indica la necessità di concentrarsi su sé stessi, talora è epifanica di tensione degli opposti. La pioggia è il trait-d’union tra cielo e terra, è elemento di equilibrio naturale e di fusione delle antitesi che riverbera anche nella sua semantica stimolando nell’individuo universalità, coscienza, autostima. E’ una sollecitazione di superamento di tensioni interne, nonché istanza di maturare consapevolezza delle caratteristiche negative che influenzano il soggetto. La pioggia è trascendenza, è catarsi, è transizione, è metamorfosi, è necessità di cambiare abitudini, di esprimere le proprie emozioni. La pioggia è allegoria di lacrime interiori.

 

Ermeneutica lirica

de

 

La pioggia – Jorge Luis Borges

https://www.youtube.com/watch?v=9C_7zjagjCM

 

La scelta del termine “Ermeneutica” non è casuale.

Ermenèutica s. f. [dal gr. ἑρμηνευτική (τέχνη), propr. «arte dell’interpretazione». In alcuni teorici di critica letteraria, l’operazione interpretativa che consente al critico, attraverso un procedimento d’interiorizzazione, di raggiungere un contatto intersoggettivo con l’autore studiato. http://www.treccani.it/vocabolario/ermeneutica/

La clavis lectionis della lirica è strettamente personale dell’autore. Un’opera non è tanto ciò che è, quanto ciò che essa soggettivamente trasmette.

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Bruscamente la sera si è schiarita

perché già cade la pioggia minuziosa.

Cade o è caduta. La pioggia è una cosa

che senza dubbio succede nel passato.

 

Chi la sente cadere ha recuperato

il tempo in cui la sorte fortunata

gli rivelò un fiore chiamato rosa

e lo strano colore del rosso.

 

Questa pioggia che acceca i vetri

rallegrerà in sperdute periferie

le nere uve di una pergola in un

 

patio che non esiste più. La bagnata

sera mi porta la voce, la voce desiderata,

di mio padre che ritorna e che non è morto.

 

La sera, dalla di durata di circa mezz’ora (alle nostre latitudini) dal tramonto del Sole al venir meno delle ultime luminosità del cielo, coincide con il crepuscolo astronomico serale ed il crepuscolo è sinonimo allegorico di decadenza, di eclissi, di morte. Il Poeta, quindi, sembra avvertire una sensazione di morte, ma bruscamente la sera si schiarisce perché “già cade la pioggia minuziosa”. La pioggia, in quanto acqua, archetipo di vita. In un attimo il poeta muore e rinasce. La pioggia, archetipo di tensione interiore “cade”, ad evidenziare la presente condizione interiore del Poeta. La pioggia “è caduta”, ad evidenziare la passata condizione interiore del Poeta. “La pioggia è una cosa che senza dubbio succede nel passato” (Paradosso). E’ infatti paradossale asserire che la pioggia cade (presente) e poi affermare che “senza dubbio succede nel passato”. Dal paradosso emerge uno slittamento temporale. Il Poeta comunica che sta vivendo il presente nel passato ed il passato nel presente, come da due punti inerziali non coincidenti.

 

Chi la sente cadere ha recuperato

il tempo in cui la sorte fortunata

gli rivelò un fiore chiamato rosa

e lo strano colore del rosso.

 

“Se il tempo è un processo mentale, come possono condividerlo con migliaia di uomini, o anche con due soli uomini diversi?” (Borges).

Il tempo, quindi, è un processo mentale!? “Chi la sente cadere (la pioggia) ha recuperato il tempo …”, ha recuperato un processo mentale, ha recuperato la sequenza dei singoli eventi necessari alla formazione di un qualsiasi contenuto di conoscenza attraverso l’attività della mente. Un processo mentale “il tempo in cui la sorte fortunata gli rivelò un fiore chiamato rosa”. La rosa è icona di perfezione celeste e passione terrena, tempo ed eternità, vita e morte. La sorte fortunata, ergo, tutto questo gli rivelò. “e lo strano colore del rosso”. La rosa rossa è icona della rivelazione di un segreto. La rosa rossa è rivelatrice di sé stessa, di perfezione celeste e passione terrena, tempo ed eternità, vita e morte. E’ il Poeta che vuole rivelare sé stesso, i suoi aneliti, le sue fobie. “Questa pioggia che acceca i vetri” Questa pioggia (la pioggia è tensione interiore) che acceca i vetri (difficoltà a discernere, ad accettare il mondo esterno) (si rammenta che Borges è da molti considerato un agnostico, forse proprio perché depositario di questi due ultimi elementi). “rallegrerà in sperdute periferie” tra i meandri dell’Es rallegrerà “le nere uve”. Nell’inconscio collettivo il colore nero rappresenta il buio, le tenebre e la paura, e più segnatamente l’ignoto. Il nero quindi rappresenta la morte e tutte le cose che hanno a che fare con la negatività. La depressione o gli stati di ansia, vengono associati al nero. L’inconscio comunica la presenza di un blocco emotivo. “di una pergola in un patio che non esiste più”. Il patio è un cortile interno, circoscritto. Il patio non esiste più. Il Poeta comunica di essersi emancipato (o forse semplicemente lo crede) dal Super-Es, dalle sovrastrutture. “La bagnata sera mi porta la voce”. La bagnata (bagnata dall’acqua, che è vita) sera (sensazione di morte) è un manicheismo epifanico dello stato di inquietudine del Poeta, di una oscillazione border-line. “la voce desiderata, di mio padre che ritorna e che non è morto”. In psicanalisi il padre rappresenta spesso l’inconscio, ed è la voce desiderata del proprio inconscio che il Poeta sente, il proprio inconscio che lo incalza, che non è morto, che lui stesso, subliminalmente, orficamente evoca.

 

(FONTI DI RIFERIMENTO: WIKIPEDIA E TRECCANI.IT)

 

SERGEJ ALEKSANDROVIè ESENIN

L’UOMO NERO

VOCE DI DIEGO DE NADAI

https://www.youtube.com/watch?v=UU4kt65Iswg

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"Cui licitus est finis, etiam licent media"

"Se il fine è lecito, anche i mezzi per raggiungerlo lo sono".

(Tomas Hobbes)

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Nella recitazione di questa lirica, l’emozionale sonorità di Diego De Nadai attinge apici di vibrante dolore. L’Artista, con sentita partecipazione, magicamente profonde calore, commozione, impeto, passione, sentimento, creando, tra fluttuazioni cadenzate e puntuali, precise accentuazioni, un unicum, una simbiosi tra sé stesso ed il protagonista della lirica. La recitazione di Diego De Nadai, persuasiva, flessuosa, carezzevole, induce ad elaborare sensazioni auditive e visive, percezioni sensoriali che vanno oltre i suoni e le immagini del video stesso, offrendo al fruitore la singolare possibilità di sviluppare una dinamica mentale propria, integrata o soggettivamente avulsa dal filmato.

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Poeta-contadino, profondo, intenso, emotivo, Esenin nacque e fu educato in una campagna

ossequente alle forme, agli usi, ai modelli e ai canoni della tradizione. Fu la rappresentazione lirica e lo struggimento per questa dimensione bucolica e reazionaria che gli permise di far vibrare le sue corde più emozionali e che gli aprì la breccia verso la fama. Talento letterario già in verde età, Esenin apprese e mutuò da Andrej Belyj il significato della forma, da Aleksandr Blok e da Nikolaj Kljuev il carattere, l'intonazione, l'ispirazione lirica, la teoria estetica. Poeta fine e leggero, avvincente e coinvolgente, immediato ed impulsivo, fertile e brioso, precipuamente ispirato e plasmato dai colori dell’autunno. Nelle sue raccolte di poesie si incontrano spesso riferimenti alla vita sobria o salaci, ma anche tenui, versi d’amore. Esenin ha prodotto innumerevoli e preziosi versi, riverberanti di singolari eventi. Questo splendido e genuino Poeta, con sui generis cachet, ha celebrato il suo momento storico e lo ha intarsiato di versi (liricheggiando con uno stile per l’epoca “modernizzante”) sull’amore, sulla luna, sui fiori, particolarmente su sé stesso. Il lirismo di Esenin, caleidoscopio di inusitate immagini e vividi colori, è emozionale, con autenticità e vigore.

Nondimeno il Poeta-Uomo, esistenzialmente, ha fatto sovente ricorso ad atteggiamenti facinorosi, a termini irruenti. Malgrado ciò permaneva in lui la soavità peculiare di una sensibilità inappagata, inerme. Esenin ricorreva sovente all’arroganza e trasformava anche il suo cachet compositivo a motivo delle limitazioni della sua epoca storica, per niente soft e del tutto ruvida (Rivoluzione russa-Stalinismo). La sua epoca è stata un’epoca austera, tra le più austere dell’umanità. Di certo non un’epoca propriamente “lirica”! Esenin insolente e nel contempo intimamente alieno in quel mondo. Il ricordo struggente e tormentato delle persone e delle cose perdute, delle occasioni mancate e la solitudine (soprattutto interiore), tutto ciò fu “l’agente patogeno” dell’alcool-dipendenza, che il Poeta non fu più capace di tenere sotto controllo, con il risultato di frequenti, devastanti parossismi di debordante ira. L’ultima fase della sua esistenza fu, verosimilmente, quella più cupa, più fosca. Il suo alcolismo degenerò ulteriormente, conducendolo a delle vere e proprie psichedelie, a degli atteggiamenti vieppiù intemperanti. Ma fu proprio in questa fase, di perdita di speranza e di sconforto interiore, che Esenin attinse l’apogeo del proprio afflato lirico, sia quantitativamente sia qualitativamente, approdando a sublimi cacumi di drammatico, terebrante pathos, prima del ricovero finale in una struttura psichiatrica. Di questa ultima fase è la lirica “L’uomo nero”, interpretata come il peculiare mea culpa del Poeta, l’apice delle vicissitudini di un uomo che conosce l’alienazione e la sensazione del nulla, lo zenit del suo turbolento cielo. In questa lirica, vittimismo e ansiosa sofferenza si esaltano in un’allucinata tensione emotiva, in cui sinistramente troneggia, lugubre, funesto, l’impietoso alter-ego del Poeta. In psicanalisi l’uomo nero allegorizza i meandri inconsci della personalità, la zona d’ombra, il quid che non si riesce a ben discernere, poiché ancora per lo più inconscio, oppure un aspetto che si desidera sopprimere e ricusare, di cui si ha paura, che si è per troppo tempo trascurato. L’uomo nero è il transfert di un complesso e doloroso redde rationem del Poeta con sé stesso. L’uomo nero, distinto ed irrisorio, lo insegue e lo tormenta rammentandogli tutti i suoi disincanti, opportunismi, arrivismi e crudelmente lacera in profondità i suoi sensi di colpa. I suoi sensi di colpa. Si, ma quali?

 

DA DOVE NASCONO I SUOI SENSI DI COLPA?

 

Il ventenne Esenin era tetragonamente determinato ad affermarsi come celebrato Poeta. Pur di arrivare a ciò, Esenin mai esitò a ricorrere al proprio charme, all’appeal che egli esercitava sugli omosessuali. Furono proprio le relazioni con Sergej Gorodetskij e con Rjurik Ivnev a spalancargli numerosi orizzonti letterari. Per tutta la sua vita Esenin fu bisex, sempre in bilico tra uomini e donne. Il suo luminoso cursus honorum ebbe inizio, quindi, in virtù dei suoi rapporti con uomini che avevano il potere di "proiettarlo" sul palcoscenico letterario, attingendo rapidamente la cuspide della notorietà. Un esponenziale climax che rari poeti hanno sperimentato. Ma la notorietà gli voltò le spalle, con la stessa velocità con cui lo aveva baciato. Esenin è lo stereotipo del self-made man che, per aprirsi i varchi negli impervi percorsi della vita, ha usato sia il suo genio letterario sia il proprio appeal estetico. Due preziose qualità che madre natura gli aveva elargito con magnificenza. Esenin era apollineo, seducente, funambolo calcolatore e trasformista. Era un uomo magico, dalla fanciullesca, armonica voce, occhi blu e riccioli biondi. L’erotismo di Esenin fu disinibito e spigliato. Subito dopo che ebbe conseguito dagli uomini quella promozione che anelava, Esenin, senza indugi, passò ad edificarsi una notorietà più “canonica”, strumentalizzando le donne né più né meno come aveva strumentalizzato gli uomini. Prendendo a modello il suo rapporto con Isadora Duncan, non trova risposta se egli abbia amato lei o la sua notorietà. Nondimeno converrebbe semplicemente prendere atto di come, nel Poeta, si fondano la fiera sagacia rurale, l’estetica del social climber e l’effetto estetizzante del gran parvenu. Esenin, inconfutabilmente, fu un uomo di spiccato glamour, per natura abile nel far nascere sentimenti che rimarranno indelebilmente sculti nell’anima. Pur a posteriori della sua dipartita, Esenin ha continuato ad avere personale appeal. Evidentemente, quel suo glamour era qualcosa che trascendeva quei suoi occhi azzurri, quei suoi ricci biondi, che tanti uomini e donne hanno fatto impazzire. L’etica è plastica, è duttile, è “figlia del tempo”! Esenin va contemplato come Artista, per il patrimonio culturale che ha lasciato e non per la sua personalità privata, per la quale, da quanto si evince dalla lirica, sembra aver fatto i conti con “l’uomo nero”. L’uomo nero che, sarcastico ed efferato, lo dileggia nelle sue memorie più segrete, nei suoi sentimenti più viscerali. Da ultimo il Poeta, esacerbato, scaglia un bastone verso l’uomo nero, ma colpisce uno specchio, che si fa a pezzi proprio davanti a lui, manifestando quanto ormai già evidente: l’uomo nero è il Poeta stesso. E’ la sua travagliatissima, più intima essenza che inscindibilmente lo seguirà e tormenterà per tutta la vita. Soltanto con l’atto estremo (chissà!?) si libererà dall’uomo nero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Published on e-Stories.org on 02.11.2019.

 

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