Gabriele Zarotti

La dolce schiavitù.

 

        Tra Orwell e Huxley sono sempre stato convinto che il secondo abbia visto più lontano. Anche se 1984, per la sua immediatezza e forza visionaria, è rapidamente assurto per tutto il ‘900 a paradigma del totalitarismo dietro l’angolo e di ciò che si contrappone all’utopia; mentre Il Mondo Nuovo, dove l’invasività del potere è più morbida e strisciante, è invece passato via quasi inosservato. 
In realtà è il futuro immaginato da Huxley che si sta realizzando oggi. Attraverso un sistema talmente sofisticato da riuscire a indurre gli individui ad amare, senza accorgersene, la loro dolce schiavitù.
        Ciò che mi interessa non è tanto esaltare la lungimiranza della visione di Huxley, quanto fermarmi a considerare se, alla luce di ciò che sta avvenendo, della mutazione antropologica in atto, liquidare la sua opera come distopica (o cacotopica, giusto per cambiare) sia corretto. Ma soprattutto un sentimento percepito e condiviso da tutti: vecchie e nuove generazioni.
Se è vero che fino alla fine del secolo scorso un sistema come quello descritto da Huxley, soggiogato da scienza, pubblicità e consumismo, poteva apparire eccessivo, e non desiderabile, non in quanto opposto all’utopia, ma perché in antitesi col principio di libertà e progressivo miglioramento della condizione dell’individuo, oggi ci andrei più cauto. 
Chi ci dice che una società che si rende conto che un ciclo di sviluppo sta per chiudersi ed è in in grado di “rallentare” , “deviare”, e “riprogrammarsi” ad uno stadio di moderato benessere diffuso; di un’aurea mediocrità di massa, sotto l’occhio vigile e discreto di poteri più o meno occulti, debba essere vissuta per forza come qualcosa di minaccioso, temibile e negativo? O non semplicemente come un prezzo equo da pagare per continuare a godere delle cose che sembrano riempire le nostre esistenze.  
Se mi sforzo di pensare senza pregiudizi alle nuove generazioni, devo almeno riconoscerne le diversità. I punti di vista. Gli orizzonti. E riflettere se il mio giudizio critico sul modello di società emergente, non sia il risultato di una visione troppo perfezionistica, e quindi utopistica, della società. Funzionale e sostenibile un tempo, meno oggi.
D’altronde, è per loro - per le generazioni nuove - che sta nascendo il nuovo mondo. Il luogo più adatto ad accogliere quelle che saranno le loro abitudini, capacità e aspirazioni.  
        Chi siamo noi, stirpe in via di estinzione, ultimi portatori di valori senza più valore, per opporci. Per tranciare giudizi moralistici e definitivi. Per spingerci in proiezioni apocalittiche? Per continuare a ricondurre ogni cambiamento alla nostra personale esperienza e visione del mondo? Viva la diversità! A ciascuno il suo. Ad ogni generazione il suo mondo.
Anche se fra qualche anno, mi piacerebbe tanto chiedere ai post-millenial, ammesso che possiedano ancora gli strumenti per fare raffronti, perché preferiscano ad un mondo di impegno, di sfide, talvolta di pericoli - ma tutto sommato libero e ricco di espressività e di conquiste materiali e intellettuali - luoghi più ordinati, tranquilli, rassicuranti, e patinati dove lasciarsi vivere senza scosse e turbamenti, come l’asettica e tecnocentrica Valle del Silicio o l’anestetizzata e omologata Seahaven di The Truman Show. Coatto e algido surrogato di luoghi mitici e irraggiungibili come Shangri-La.

 

 

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Published on e-Stories.org on 07.02.2018.

 

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